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Danzano a sciami le ore
dentro bolle smaglianti di colori, sopra
l'erba accarezzata dai ricordi, verso
cieli fuggitivi come nuvole.
Labbra pallide o accese, nella terra
voragini s'aprono amanti, mentre
piedi calzati in scarpe febbrili
marciano alla cieca, spandono sui selciati
una nebbia di cose informi, pesanti.
Quale gola è sospesa, sottile, ai suoi lai,
che mani venose di vecchio s'aggrappano
a un pensiero amico, tra pause silenziose
accecate dal sole? Non vuole prosciugarsi
il viso, né il ramo in fiore venire reciso,
ma qui la legge strisciante è diventare
polvere, polvere morta
di libri e latrine. Dormi, meglio sognare
la dolcezza d'un Giugno lontano...
Che il suo fragile esorcismo ti culli,
che ricrei la mente quell'aspra pietà
troppo viva negli occhi, nata appena,
sotto una pioggia di pietre già caduta.
Amerò la mia ombra furtiva, sempre
amerò ciò che danzando passa.